mercoledì 27 novembre 2013

L'importanza della pubblicità per un'azienda

Può capitare che ci siano imprenditori che non vedano di buon occhio la pubblicità. Questo capita, per lo più, a chi ha deciso di affidarsi ad essa con cattivi risultati. Ma, come in ogni aspetto della gestione di un'attività, anche la pubblicità ha le sue regole ed è per questo che è necessario affidarsi ad un professionista. La pubblicità, se fatta con professionalità, può essere uno strumento efficace per promuovere la propria immagine, far conoscere i propri prodotti ed emergere nel mercato, distinguendosi dagli altri concorrenti.
La pubblicità nasce dall'esigenza di comunicare con il proprio pubblico, con lo giusto spirito, i mezzi corretti e senza aspettative illusorie. Promuovere la propria azienda o determinati prodotti non sempre ha un risultato immediato e aumenta le vendite. La pubblicità è un investimento nel lungo periodo. Serve a creare un punto d'incontro tra l'azienda che vende i propri prodotti e i consumatori che ricercano consciamente o inconsciamente quel determinato prodotto o servizio. Ma una cosa è sicura: ogni volta che si conduce una campagna l'immagine di un'azienda ne risente positivamente. Ma Attenzione! Infatti, una promozione sbagliata, può avere anche ripercussioni negative. Per questo affidarsi a professionisti del settore pubblicitario è importante. Il primo motivo è perchè un pubblicitario conosce il proprio mestiere e i giusti strumenti del marketing da utilizzare per potere ottenere i migliori risultati possibili. Il secondo motivo è che un professionista punta a far far fare il giusto investimento senza far spendere denaro inutile o poco redditizio.

La buona pubblicità, in sintesi, quindi crea contatti, non vendite. La capacità di vendita rimane in mano all'azienda e alle leve generali applicate al prodotto.

lunedì 22 febbraio 2010

Il ritorno del negozio di casa

La prossimità ritorna a svolgere un ruolo di servizio importante nelle abitudini di spesa dei consumatori. Nonostante la crisi porti gli utenti a ricercare il prezzo conveniente e promozionale, è in crescita il numero delle famiglie italiane che ha ripreso i rapporti di vicinato con i commercianti presenti nel proprio quartiere. Il settore che più rientra nella nuova tendenza del consumatore italiano è quello dei minimarket che rappresentano una via di mezzo tra il supermercato e il negozio tradizionale, ed hanno ormai quasi completamente preso il posto delle vecchie botteghe alimentari, svolgendo un ruolo di servizio all'interno del contesto in cui sono insediati.
La crisi economica quindi ha portato un cambiamento negli atteggiamenti di acquisto favorendo l'affermarsi di una nuova tendenza: il consumatore compra, mediamente, di meno, ma più spesso. In sintesi: diminuisce lo scontrino medio ma aumenta la frequenza di visita ai singoli punti vendita.
Questa nuova attitudine alla spesa ha contribuito a mettere in crisi le grandi superfici, soprattutto gli ipermercati, ma ha consentito di trovare una seconda gioventù a strutture di vicinato. E così la prossimità è divenuto terreno appetibile anche per i grandi retailer, che hanno cercato, attraverso accordi commerciali specifici (master franchising) o sviluppo di nuove soluzioni, di presidiare il canale. Il fattore ha determinato l'affermarsi di una nuova dinamicità, che ha interessato l'offerta commerciale, i servizi (orari), la struttura organizzativa.
Occorre ricordare che più di un terzo degli acquisti alimentari settimanali di una famiglia standard hanno mediamente un carrello-tipo piccolo (scontrino sotto i 13 euro), con almeno la metà del paniere acquistato composto da prodotti freschissimi (formaggi, salumi, o altri prodotti confezionati). Questa tipologia di spesa di vicinato (piccola spesa alimentare ricorrente) viene alternata alla spesa di scorta - rifornimento (spesa medio - grande), spesa di emergenza (piccoli acquisti occasionali) e spesa saltuaria (occasionale, ma con uno scontrino medio che può essere anche elevato).
La clientela dei formati di vicinato è, in genere, variegata, in quanto la tipologia dimensionale del concept consente una buona capacità di adattamento alle diverse esigenze dei consumatori locali.

A piccole dosi

“Il marketing, tradizionalmente inteso, è morto.” Afferma un esperto del settore. “Occorre rivisitare sino in fondo quelle che sono le nuove frontiere del marketing.” Sostiene un altro. E’ evidente che oggi stiamo assistendo al passaggio dai media tradizionali ai media digitali, interattivi e sociali. Il cambio di paradigma viene imposto da consumatori e utenti.
Oggi qualcuno pensa che debba essere tutto web. Internet alla grande. In tutte le salse e in tutti i modi. Solo e unicamente Internet.
Non vorrei che sembrasse che io ce l’ho con Internet. Non è così. Ma non condivido gli eccessi di entusiasmo. Per me Internet è sicuramente una grande cosa, ma va ancora ben assimilato. E’ un importantissimo strumento, nuovo e potente, che accende amori travolgenti che ahimè si affievoliscono, a volte, con la stessa velocità con cui sono comparsi. Vi ricordate Second life? Sembrava che se non avevi un Avatar non eri nessuno. E adesso che fine ha fatto Second life?
Ho sentito qualcuno che sosteneva che ormai la sua comunicazione commerciale sarebbe stata solo su Facebook, lasciando da parte tutto quanto esisteva prima. Va bene. Auguri!
Sono convinto che le grandi cose che ci può dare Internet dobbiamo ancora capirle sino in fondo. Il che non vuol dire che dobbiamo far finta che non esista. Per me va preso nelle giuste dosi. Soprattutto senza buttar via tutto il resto.
E quindi, se parliamo di comunicazione, io mi sento di dover ribadire che, essendo indispensabile, va fatta con strumenti, tutti gli strumenti, che mi permettono di raggiungere il mio obiettivo.
E se sono un’azienda, qual è il mio obiettivo ? Spingere il mio cliente all’accettazione della mia proposta.
Sappiamo tutti che l’atto di accettazione, o se preferite di acquisto, si concretizza nel momento in cui si arriva a far sì che sulla bilancia della decisione che ha davanti a sé il nostro interlocutore, in contrapposizione al piatto sul quale ha messo le cose che gli pesano (il costo, il fastidio, le situazioni al contorno) siamo in grado di fargli porre, sull’altro piatto, le cose che gli piacciono.
“Dove c’è gusto non c’è perdenza” suonava un vecchio proverbio. E quel gusto glielo dobbiamo far assaporare sino in fondo, con una buona comunicazione.
E una buona comunicazione nasce da una buona strategia di marketing.
Ed entrambe le cose nascono da una buona conoscenza dei fondamentali.
Verifichiamo di essere ben preparati sulle “cose di una volta”. Poi potremo percorrere le nuove vie. Ripetiamoci che conoscendo bene le radici si può pensare, poi, di svettare per li rami.

di Ugo Canonici
tratto da www.dmconline.it

Savoir faire…

A volte i nostri cugini d’Oltralpe sanno essere sintetici e riescono ad esprimere concetti, che necessiterebbero di molte argomentazioni, con poche parole. Pensate a Cambronne… In questo caso, con poche parole, elevano un inno alla comunicazione. Ma io provo anche ad argomentare. Molto spesso, specie quando si intraprende una nuova attività, specie se si deve lavorare su un terreno difficile, si è tutti presi dalla necessità del “fare”. Ci si butta a testa bassa, ci si concentra, si impara, per arrivare a dire, con pieno merito, di “saper fare”. In questo sforzo, si è così concentrati sul “pezzo” che si rischia di dimenticare che c’è un mondo esterno. E le eventuali intrusioni rischiano di darci fastidio, di distrarci dal fare. Ma si deve riflettere che è quasi inutile saper far bene se nessuno lo sa. Io posso essere il cioccolataio più bravo del paese, ma se non lo faccio sapere in giro rischio di essere il solo a gustare le mie prelibatezze. “Io non avevo tempo per raccontare che sapevo fare una cosa deliziosa. Ero già troppo impegnato nel farla”.“Si, ma se io non lo so che tu la fai…” Questo minuetto potrebbe andare avanti all’infinito. Sinché si capisce che entrambe le cose sono importanti. Non una più importante dell’altra, ma entrambe hanno la stessa importanza. Perché è sbagliato impegnarsi a fare una grande comunicazione se il prodotto non è un granché (si chiama pubblicità ingannevole ed in genere ha le gambe corte), ma è per lo meno suicida fare un grande prodotto se non lo si fa sapere. Ed ecco che allora bisogna, dopo aver fatto il buon prodotto, fare una buona comunicazione. Poi, come la comunicazione va fatta è tutto un altro film. Ma anche qui vorrei sottolineare che, come per realizzare il prodotto ci si affida a ricercatori, esperti, professionisti, lo stesso andrebbe fatto per la comunicazione. Quindi “saper fare e far sapere”. Però vorrei aggiungere un terzo aspetto non meno importante: sapersi rapportare. Capita che l’imprenditore, il politico, il manager pubblico o privato insomma chi ha responsabilità di fare, sia tanto preso dai suoi impegni che va già bene se si fa convincere che bisogna anche comunicare. Ma non riflette sul fatto che deve anche saper avere un rapporto con l’esterno. Un rapporto che crea o rafforza la sua immagine. Tutti sappiamo che l’immagine è un grande veicolo di comunicazione e che una buona immagine crea una buona disponibilità nella controparte. “Ma io ho fatto delle grandi cose. La gente deve essere contenta di questo.” “Ma se la gente non lo sa devi farglielo sapere. E magari è bene che glielo dica tu, per creare un rapporto diretto. Per far sentire tutti interlocutori privilegiati.” C’è chi è bravo a creare rapporti per sue doti naturali. Per chi invece sotto questo aspetto ha da migliorare, c’è sempre una valida soluzione: farsi aiutare da chi lo sa fare. E allora : “savoir faire, fair savoir et savoir être” o meglio “paraître”.

di Ugo Canonici
tratto da www.dmconline.it

mercoledì 17 febbraio 2010

L'importanza della pubblicità

Con il termine pubblicità si intende quella forma di comunicazione, diffusa su iniziativa di operatori economici che tende, in modo intenzionale e sistematico, ad influenzare gli atteggiamenti e le scelte degli individui in relazione al consumo di beni e all’utilizzo di servizi.
Essa è uno degli strumenti di marketing maggiormente utilizzati per attirare l’attenzione dei consumatori su un’attività, i suoi prodotti ed i suoi servizi. Più una campagna pubblicitaria è efficace e più essa è in grado di attirare i clienti.
Le sue origini hanno radici molto profonde. Le prime forme di pubblicità erano costituite dal cosiddetto “passaparola”. Inoltre diversi documenti storici ritrovati testimoniano che essa era già in auge nell’Antico Egitto, in Grecia e a Roma. Esempi di “pubblicità” di tipo politico sono stati ritrovati anche a Pompei. Sui muri delle case romane distrutte dal vulcano nel 79 d.C., ancora oggi è possibile leggere, slogan che invitano i passanti a votare per un certo candidato alle elezioni politiche.
Ma di pubblicità vera e propria si può parlare solo dopo l'invenzione della stampa. Il primo annuncio pubblicitario si fa risalire al 1630 e apparve su un giornale dell'epoca: si trattava di una semplice inserzione che richiamava il nome del prodotto. Inizialmente le merci più pubblicizzate erano farmaci e libri, in seguito il fenomeno si estese anche ad altre tipologie di prodotti.
Con la rivoluzione industriale, l'aumento della produzione di merci e lo sviluppo del consumismo si è imposto poi il modello pubblicitario che noi conosciamo: il prodotto di una scienza che usa tecniche raffinate e si avvale dell'apporto di esperti: psicologi, artisti, disegnatori e registi famosi. È un fenomeno che coinvolge masse enormi di persone ed è un'industria che investe ingenti capitali, impiega intelligenze sopraffine e dà lavoro a milioni di persone.
La prima agenzia pubblicitaria, con molta probabilità, è nata, nel 1843, a Philadelphia in America e da allora di strada ne è stata fatta molta. Le tecniche e gli strumenti pubblicitari si sono evoluti e sono divenuti molto più efficaci. L' advertising muta e si adatta al tempo e alla società. Segue ed influenza i modi di pensare dei consumatori. Si adatta ai mezzi di comunicazione esistenti e li plasma a suo piacimento.

Ma la domanda che tutti si pongono è: la pubblicità funziona? è utile oppure se ne può fare a meno? Non è facile rispondere con esattezza scientifica a questa domanda. Sicuramente essa influenza profondamente le abitudini di acquisto del pubblico. Ma non tutta la pubblicità è efficace. In ambito commerciale, per un'azienda o un imprenditore una pubblicità efficace è quella che fa guadagnare soldi. Quindi lo scopo della pubblicità, ciò per cui s'investe denaro, è quello di vendere di più il proprio prodotto. Sebbene questa concezione sia legittima, non è corretta. Il motivo è molto semplice: tra la messa in circolazione di una pubblicità e il momento in cui il consumatore compra il prodotto reclamizzato intercorrono innumerevoli variabili che non è possibile collegare direttamente questi due fattori.
Al contrario, per comprendere se una pubblicità sia efficace è opportuno capire se il messaggio abbia raggiunto il consumatore, quante e quali persone siano entrate in contatto con esso e l'effetto che esso ha suscitato.
In passato si tendeva a voler raggiungere la maggiore fetta di popolazione possibile, oggi l'obiettivo è diverso: l’advertising è sempre più specializzato e, ogni azione, è mirata a raggiungere il giusto target di consumatori, concentrando le energie su determinati aspetti, senza dispersione di tempo e risorse e con risultati un tempo impensabili. Una pubblicità mirata è molto più efficace.